2

BUON NATALE


6

MICHAEL JORDAN


"Avrò segnato undici volte canestri vincenti sulla sirena ed altre diciassette volte a meno di dieci secondi alla fine, ma nella mia carriera ho sbagliato più di novemila tiri. Ho perso quasi trecento partite. Trentasei volte i miei compagni mi hanno affidato il tiro decisivo e l’ho sbagliato.
Nella vita ho fallito molte volte. Ed è per questo che alla fine ho vinto tutto".

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FABIO VOLO


"La cosa più fastidiosa, quando mandi un messaggio ad una persona a cui tieni, è che dal momento dell'invio parte il conto dei minuti. Rispondi, rispondi, rispondi !!!
Non ha risposto. Magari ha il telefono spento. Che faccio chiamo, faccio uno squillo per vedere se è acceso ??? E se poi è acceso ??? Messaggio più chiamata: divento pesante. Chiamo con anonimo. Solo che se faccio uno squillo e poi metto giù capisce che sono io che controllo.
Lo capisce ??? Sì, lo capisce.
A volte i minuti non sono solo minuti, sono reincarnazioni di vite".

9

CIAO MADDY



http://vivereperraccontarla.myblog.it/archive/2009/12/07/ciao-maddy.html

8

GIORNATA DEL DISABILE


8

PROVERBIO MESSICANO


"Una casa non è poggiata sulle fondamenta, ma su una donna".

6

GIOVANNI FALCONE


"Chi tace e chi piega la testa muore ogni volta che lo fa, chi parla e chi cammina a testa alta muore una volta sola".

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FABIO VOLO



"Ci sono bellissime storie d'amore nel fondo delle borse, tra i pacchetti di sigarette e le chiavi; per questo a volte si fa fatica a trovarle, semplicemente perché tentano di nascondersi per poter rimanere lì".

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FRIEDRICH NIETZSCHE


"La vita è fatta di rarissimi momenti di grande intensità e di innumerevoli intervalli. La maggior parte degli uomini, però, non conoscendo i momenti magici, finisce con il vivere solamente gli intervalli".

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IL MURO


Portavi la chitarra sulle spalle come un fucile, cantavi le canzoni inglesi che la gente non sapeva, dicevi che il mondo domani cambierà.

Qualcuno ti amava, la gente non ti capiva, pensava al pane e dalle code sulle strade, dove il gelo fermava anche gli orologi.

Portavi la chitarra sulle spalle come un fucile, pronto a sparare quattro note da sbagliare un SOL, quella notte scura non c'era nessuno, facile pensare ad un altro mondo.

Il tuo corpo diventò un acrobata e quel salto giù nel vuoto finì, ma quella notte qualcuno sparò nella mano stringevi una pietra, una pietra venuta dal muro, dal muro dell'est.

Ora il mondo è cambiato la gente ci passa in quel posto, ma se guardo per terra in mezzo a quei sassi c'è ancora una pietra che porta una storia.

Chi ti raccolse al mattino dice che negli occhi avevi il gelo, la chitarra era ancora avvolta al tuo corpo.

Il tuo corpo diventò un acrobata e quel salto giù nel vuoto finì, ma quella notte qualcuno sparò nella mano stringevi una pietra, una pietra venuta dal muro, dal muro dell'est.

(Nomadi)

1

LA SCATOLA


La storia ebbe inizio molto tempo fa,quando un uomo punì sua figlia di cinque anni per la perdita di un oggetto di valore, essendo il denaro, in quel periodo, poco.

Il giorno di Natale la bambina portò un regalo e disse:

«Papà, è per te !!!»

Il padre era visibilmente imbarazzato, ma si arrabbiò moltissimo quando, aperta la scatola, vide che dentro non c'era nulla.

Disse in modo brusco:

«Non lo sai che, quando si fa un regalo, si presuppone che nella scatola ci sia dentro qualcosa ???»

La bimba lo guardò dal basso verso l'alto e, con le lacrime agli occhi, disse:

«Papà, non è vuota !!! Ho messo dentro tanti baci per te, fino a riempirla !!!»

Il padre si sentì annientato. Si inginocchiò, mise le braccia al collo della sua bimba e le chiese perdono.

Per tutto il resto della sua vita l'uomo tenne sempre la scatola vicino al suo letto e, quando si sentiva scoraggiato oppure in difficoltà, apriva la scatola e tirava fuori un bacio immaginario, in ricordo dell'amore che sua figlia aveva messo dentro.


20

LA PASTORELLA E LO SPAZZACAMINO


L'armadio che si trovava nel salotto era antichissimo e molto bello. Tutto scolpito in rilievo, con foglioline ed arabeschi, aveva una cornice di rose e di tulipani. Nel centro, invece, c'era la figura di un uomo dall'aspetto stranissimo; aveva le gambe di capra, una testa sormontata da due piccole corna ed un viso aguzzo e sogghignante, con una barbetta a punta. I bambini lo avevano soprannominato "Il Gran Generale Comandante in Capo Gamba di Caprone", titolo forse un po' lungo, ma del quale poche persone sono state insignite fino a oggi.

Sulla mensola che sosteneva il grande specchio abitava da tanto tempo una pastorella di porcellana, graziosissima; aveva le trecce bionde arrotolate sulle orecchie, portava le scarpette verdi, una gonna ornata di un nastro azzurro e sosteneva sulle spalle una graziosa gerla.

Vicino a lei c'era uno spazzacamino pure di porcellana. Sorreggeva con grazia la scala sotto il braccio ed il suo visetto era bianco e roseo come un fiore, cosa stranissima, perché, come spazzacamino, gli sarebbe forse stata bene un po' di fuliggine. La pastorella e lo spazzacamino erano là da tanto tempo, perciò avevano incominciato a volersi bene ed, infine, si erano fidanzati. Tutti e due erano giovani e belli, tutti e due di porcellana, tutti e due fragili e leggeri.

Poco lontano da loro c'era un'altra statuetta, tre volte più grande; rappresentava un vecchio cinese e poteva dir di sì e di no tentennando la testa. Affermava di essere il nonno della pastorella, forse perché era di porcellana anche lui; ma la pastorella non ci credeva. Tuttavia, il cinese dichiarava di avere autorità sopra di lei e quando il "Gran Generale Comandante in Capo Gamba di Caprone" gli domandò la mano della fanciulla, dondolò la testa affermativamente.

«Che marito avrai !!!» Disse con entusiasmo alla presunta nipotina. «Che marito !!! Credo persino che sia di mogano e tu sarai chiamata la "Signora Gran Generale Comandante in Capo Gamba di Caprone". È anche molto ricco, perché ha tutto l'armadio pieno di argenteria, senza contare ciò che tiene nascosto nei cassetti segreti».

«Ma io non entrerò mai in quell'armadio buio», protestò la pastorella. «Ho sentito dire che vi sono già chiuse dentro undici statuette di porcellana».

«Ebbene, tu sarai la dodicesima», concluse il cinese. «Questa notte, quando tutti i mobili si sveglieranno ed incominceranno a scricchiolare, sarà celebrato il matrimonio». Detto questo, fece ancora di sì con la testa, poi si addormentò. La pastorella incominciò a piangere, guardando lo spazzacamino.

«Non voglio sposare quell'uomo dai piedi di capra», singhiozzò. «Dobbiamo scappare di qui. Aiutami, ti prego».

«Farò tutto ciò che vorrai», rispose il piccolo spazzacamino. «Fuggiamo di qui. Io guadagnerò la vita anche per te, col mio mestiere di spazzacamino».

«Purché si riesca a scendere dalla mensola», osservò la pastorella preoccupata. Lo spazzacamino la rassicurò ed andò per primo, mostrandole dove bisognava posare i piedi, sugli angoli intagliati e sulle foglie in rilievo. L'aiutò anche con la scala ed in poco tempo raggiunsero il pavimento. Ma quando si volsero verso l'armadio, videro che l'allarme era già stato dato. Il "Gran Generale Comandante in Capo Gamba di Caprone". E fece addirittura un salto, gridando al vecchio cinese:

«Eccoli che fuggono !!! Fuggono !!!»

La pastorella e lo spazzacamino ebbero una gran paura e, lesti lesti, si nascosero nel cassetto di un piccolo mobile. In quel cassetto c'erano alcuni mazzi di carte incompleti ed anche un piccolo teatro di cartone per burattini. In quel momento vi si stava rappresentando una commedia e tutte le dame di quadri, di cuori, di fiori e di picche erano sedute nei primi posti e si facevano vento con dei tulipani. I fanti stavano dietro ed avevano una testa in alto ed una in basso, come nelle carte da gioco. La commedia rappresentata narrava la storia di due giovani che si volevano bene e non riuscivano a sposarsi e la pastorella pianse molto perché quella storia assomigliava alla sua. A un certo punto esclamò:

«Mi fa troppo soffrire. Io debbo uscire dal cassetto».

Lo spazzacamino l'accompagno subito fuori, ma quando misero piede sul pavimento e guardarono la mensola, videro che il vecchio cinese si agitava violentemente.

«Di sicuro viene a riprenderci», gridò la pastorella spaventata e, per la paura, cadde sulle ginocchia di porcellana.

«Ho un'idea», suggerì lo spazzacamino. «Andiamo a nasconderci in quell'anfora che sta nell'angolo. È piena di fiori, ma noi ci acquatteremo fra le rose e la lavanda e se il cinese verrà, gli getteremo l'acqua negli occhi.

«No, sarebbe inutile», disse la pastorella. «So che il cinese e l'anfora sono stati fidanzati molto tempo fa, ma sono rimasti sempre buoni amici. Non ci rimane altra risorsa che fuggire nel vasto mondo».

«Ma tu ne hai davvero il coraggio ???» Chiese lo spazzacamino. «Hai pensato che il mondo è tanto grande e che noi potremmo anche non tornare mai più ???»

«Ho pensato a tutto».

Lo spazzacamino la guardò a lungo, poi disse:

«Secondo me, la strada migliore è la cappa del camino. Ti senti di scivolare con me nella stufa e di arrampicarti lungo i tubi ??? Soltanto per questa via potremo giungere al comignolo. Lassù mi sentirò a mio agio, ma prima bisogna salire in alto in alto ed arrivare ad un buco attraverso il quale usciremo nel mondo».

La pastorella accennò di sì ed, allora, il fidanzato la condusse allo sportello della stufa e lo aperse.

«Dio mio, com'è buio !!!» Esclamò lei. Ma si fece coraggio ed entrò con lui nella stufa. Pian piano risalirono i tubi e giunsero proprio nella cappa del camino.

«Il peggio è passato e tra poco saremo fuori», disse lo spazzacamino. «Guarda in alto che magnifica stella !!!»

C'era, infatti, nel cielo una stella che sembrava indicare la strada ai due fuggitivi; scintillava proprio sulle loro teste ed essi continuarono ad arrampicarsi coraggiosamente. Era una strada ripida, nera, interminabile; ma lo spazzacamino sosteneva la pastorella e le indicava i punti migliori dove mettere i piedini di porcellana. Così, finalmente, arrivarono all'orlo del camino e sedettero proprio sul comignolo per riposarsi un po'. Erano davvero molto stanchi. Sopra di loro si stendeva il cielo pieno di stelle e, sotto, i tetti innumerevoli della grande città. Essi guardarono giù, guardarono intorno, tutto il vasto mondo. Come era grande !!! La povera pastorella non lo aveva immaginato così !!! Ebbe paura; posò la fronte sulla spalla del compagno ed incominciò a piangere. Lo spazzacamino tentò invano di farle coraggio.

«È troppo !!!» Singhiozzava. «È troppo grande !!! È più grande di quando io possa sopportare. Oh, se fossimo ancora sulla mensola vicina allo specchio !!! Ti prego, riaccompagnami là !!! Non sarò contenta finché non ci sarò ritornata. Io ti ho seguito nel vasto mondo, ma adesso devi ricondurmi a casa, se mi vuoi bene».

Lo spazzacamino cercò di calmarla e di farla ragionare; le ricordò il vecchio cinese ed il "Gran Generale in Capo Gamba di Caprone"; ma lei continuava a piangere disperatamente e non restò altro rimedio che accontentarla. Rientrati nella cappa del camino, incominciarono a scender con gran fatica, poi si ritrovarono di nuovo nei tubi oscuri. Non era di certo un viaggio di piacere !!! Infine, giunsero nella stufa e si fermarono ad ascoltare dietro lo sportello, per capire che cosa succedeva nella stanza; ma non udirono alcun rumore. Allora cautamente sporsero la testa e guardarono. Il vecchio cinese giaceva sul pavimento, rotto in tre pezzi; nel tentativo di inseguirli era caduto dalla mensola. Il busto si trovava distaccato dal resto del corpo, la testa era rotolata in un angolo. Il "Gran Generale Comandante in Capo Gamba di Caprone" conservava, invece, l'atteggiamento consueto.

«È terribile !!!» Disse la pastorella. «Il vecchio nonno si è rotto e la colpa è nostra !!! Oh, non riuscirò mai a sopravvivere a questa disgrazia !!!» E ricominciò a piangere.

«Si potrà aggiustarlo», la consolò lo spazzacamino. «Si, certamente è possibile. Non disperarti, via; se gli riattacchiamo il busto alla gambe e gli metteremo un buon sostegno nel collo, ritornerà come se fosse nuovo e potrà dirci ancora una quantità di cose sgradevoli.

«Lo credi ???» Domandò la pastorella un po' rasserenata. Così dicendo, pian piano, uscirono dalla stufa e si arrampicarono di nuovo sulla mensola, vicino al grande specchio.

«Ecco a che punto siamo», commentò lo spazzacamino. «Quanta fatica per nulla !!!»

«Oh, se soltanto il vecchio nonno fosse riappiccicato !!!» Disse la pastorella. Il vecchio nonno, infatti, venne rimesso insieme con po' di colla. Gli fu applicato un sostegno per tener ferma la testa e ritornò come nuovo; ma non poteva più dire di sì o di no .

«Uh, come fate il sostenuto, da quando vi siete rotto», gli disse il "Gran Comandante in Capo Gamba di Caprone". «Allora, volete darmi in moglie vostra nipote si o no ???»

Lo spazzacamino e la pastorella guardavano ansiosamente il vecchio cinese, ma egli non poteva più piegare il collo e si sarebbe vergognato di confessare che aveva dentro un sostegno. Ma grazie appunto a questo, le due statuine di porcellana poterono mettersi il cuore in pace e vivere tranquille insieme, fino al giorno fatale in cui anch'esse si ruppero.

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MARTIN LUTHER KING


"Abbiamo imparato a volare come gli uccelli, a nuotare come i pesci, ma non abbiamo imparato l'arte di vivere come fratelli".

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POESIA INDIANA


Non ti auguro un dono qualsiasi, ti auguro soltanto quello che i più non hanno.
Ti auguro tempo, per divertirti e per ridere; se lo impiegherai bene, potrai ricavarne qualcosa.
Ti auguro tempo, per il tuo fare ed il tuo pensare, non solo per te stesso, ma anche per donarlo agli altri.
Ti auguro tempo, non per affrettarti e correre, ma tempo per essere contento.
Ti auguro tempo, non soltanto per trascorrerlo, ti auguro tempo perché te ne resti: tempo per stupirti e tempo per fidarti e non soltanto per guardarlo sull'orologio.
Ti auguro tempo per toccare le stelle e tempo per crescere, per maturare.
Ti auguro tempo, per sperare nuovamente e per amare, non ha più senso rimandare.
Ti auguro tempo per trovare te stesso, per vivere ogni tuo giorno, ogni tua ora come un dono.
Ti auguro tempo anche per perdonare.
Ti auguro di avere tempo, tempo per la vita.


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AUGUSTO DAOLIO


Il 7 ottobre del 1992, moriva Augusto Daolio, la voce storica dei Nomadi. Era una delle più belle voci del panorama della musica italiana, ma definirlo un musicista sarebbe riduttivo. Era pittore (ha fatto tantissime mostre, nonché ha disegnato molte copertine degli album dei Nomadi), poeta (scriveva poesie bellissime), ma solo chi lo ha conosciuto veramente (ed io, fortunatamente, sono uno di quelli) ne ha potuto apprezzare la grandezza. Era un antidivo (diceva sempre che, se non avesse più potuto mantenere il contatto con la gente, avrebbe smesso di cantare), era sempre disponibile a dare una mano a chi ne aveva bisogno; quanti concerti gratuiti per beneficenza !!!

Aveva un negozio, in centro a Reggio Emilia, che si chiamava "bagai" (in italiano "oggettino"); vendeva di tutto ed era facile vederlo in giro con un banchetto pieno di questi "bagai", che potevano essere collanine, braccialetti, spille, etc. Ed era emozionante fermarsi a parlare con lui, così come era bello chiacchierare dopo un concerto, davanti ad una bottiglia di vino o seduti per terra sotto il palco a cantare, dopo che tutta la gente se ne era andata via.

Nel febbraio 1992 gli avevano diagnosticato un tumore ai polmoni, colpa, forse, delle tante sigarette fumate. Non ha mai voluto smettere di cantare: «quanto canto, sto bene», ripeteva sempre. Gli ultimi concerti li faceva da seduto, ma la voce era sempre quella.

Quella mattina del 7 ottobre, non mi vergogno a dirlo, ho pianto. Per un come me, che dal 1974 segue i Nomadi e che ha visto più di trecento concerti, è stato come perdere un esempio di vita, un punto di riferimento; ma, soprattutto, è stato come perdere un amico.


Ciao grande Augusto ... maestro di vita, compagno di mille viaggi ... l'averti saputo amico, ci farà scontare pene meno amare ....


Augusto Daolio nasce a Novellara (RE) il 18 febbraio 1947. A sedici anni inizia la sua avventura musicale con il complesso dei Nomadi, attività che sarà per lui, fino agli ultimi momenti della sua vita, essenziale e per la quale il suo impegno sarà totale. L'attività musicale di Augusto e del suo complesso, di cui era il leader carismatico, ha segnato un'epoca e, per tanti giovani degli anni sessanta e settanta, le loro canzoni furono una bandiera. Non solo perché denunciavano il grande disagio di una gioventù che si sentiva testimone occulta dell'olocausto e che viveva il malessere di una società in crisi di identità, ma anche perché contestavano l'impostazione di un costume religioso, che si reggeva sull'ipocrisia ed il perbenismo.

Anche se quei giovani ormai sono diventati padri, quelle canzoni continuano a vivere nei loro cuori e l'amore per queste è stato trasmesso ai loro figli. Questo a dimostrare che, quando le grandi tematiche della vita diventano un "sentire comune", non esiste un salto generazionale.

La pittura, altro suo grande impegno artistico, non è mai stata un'attività subalterna a quella musicale ed era frutto delle sue capacità naturali ed istintive. La sua "maniera" di disegnare e dipingere non era schiava di un metodo, così come quella di comporre. Tutto quello che Augusto presentava era, sempre e comunque, ben radicato nella natura, madre ed ancella di tutte le cose. La fantasia guidava la sua mano alla ricerca di un mondo surreale e magico.

Amava molto dire:

«...mi interessa molto l'aspetto magico e segreto delle cose, gli enigmi, le illusioni delle ombre».

Queste attività lo hanno portato a girare il mondo e, nonostante il profondo legame con la sua terra d'origine, era un cosmopolita o, meglio, "un uomo del mondo, un uomo del mio tempo, ma anche un uomo antico". Era autodidatta, pieno di curiosità e di una carica vitale, che gli permisero di vivere un'intensa seppur breve carriera artistica. Il vuoto che ha lasciato è incolmabile e lo testimoniano le migliaia di persone che, ancor oggi, percorrono lunghe distanze solo per un saluto o per respirare le atmosfere a lui care.

(Tratto da: "Augusto Daolio, musicista, poeta, pittore")


La sua tomba è qualcosa di più di un mausoleo. Augusto Daolio, il fondatore dei Nomadi scomparso nell'ottobre del 1992 dopo una fulminante malattia, a 45 anni, è sepolto nel cimitero del suo paese, a Novellara, nella bassa padana, "tra la via Emilia e il West". Cantava da quando aveva 16 anni. Allora i Nomadi si chiamavano i Monelli. Poi venne l'incontro con Beppe Carletti, la scelta di un nome che è diventato un mito, le canzoni di Francesco Guccini, allora un illustre sconosciuto, che Augusto legò per sempre alla sua immagine, da "Dio è morto" fino a "Canzone per un'amica". Sono motivi che hanno segnato un'epoca: per lui non solo parole ma un programma di vita.

Libertà, amicizia, rifiuto della banalità e delle ipocrisie. Il meglio degli ideali dei figli del 1968, che Augusto ha continuato a cantare anche quando non erano più di moda, facendoli conoscere a migliaia di giovani che, ancora oggi, sei anni dopo la morte, gli testimoniano un affetto smisurato. La sua tomba è inconfondibile. Semplicissima, in mezzo al prato dove sono sepolti i bambini, scolpita da uno scultore amico con i simboli del viaggio di un cacciatore, letteralmente sommersa dalle testimonianze di un vero e proprio pellegrinaggio.

«Specialmente d'estate e durante le vacanze di Natale è un flusso continuo», spiega con molta semplicità la compagna della sua vita, Rosanna Fantuzzi, per tutti la "Rosy", mettendo un po' d'ordine nel delirio di oggetti: pupazzi, anelli, collanine, portachiavi, accendini, cuori e messaggi appesi agli alberi.

"Sei un mito", "Sempre Nomadi", "Semplicemente grazie: le tue note mi guidano nella vita". Soprattutto, come una bandiera, le parole di quello che era diventato l'inno dei suoi concerti, che suonano come un testamento:

"Io, vagabondo che son io, vagabondo che non sono altro, soldi in tasca non ne ho, ma lassù m'è rimasto Dio".

Probabilmente, è proprio questo il segreto di Augusto. Un grande desiderio di libertà unito ad una gran voglia di comunicare.

Antidivo per eccellenza, poco o niente attaccato al denaro, «gli dava fastidio persino andare in banca», spiega "Rosy", «faceva fino a duecento concerti l'anno, aborrendo le scenografie complicate e scegliendo, d'istinto, le piazze di paese. Augusto si è speso fino all'ultimo. Finché c'era anche una sola persona ad aspettarlo, per parlare con lui, chiedergli un consiglio od anche solo un autografo, lui non andava via. Anche negli ultimi mesi, quando già stava male».

Spontaneamente, dalle offerte che sono arrivate dai suoi fan dopo il funerale, è nata l'associazione "Augusto per la vita", che devolve fondi per la ricerca sul cancro. Il primo seme di una solidarietà che continua col gruppo di Beppe Carletti. Anche lui continua ad abitare a Novellara, poco distante dalla casa di Augusto. I ragazzi che vanno a trovarlo al cimitero passano sempre da casa sua.





«Sono nato il diciotto febbraio 1947 a Novellara di Reggio Emilia, nel cuore della notte, mentre freddo e brina duellavano con rami secchi di piop
pi e tigli. Sono nato al caldo e mi hanno chiamato Augusto, come un nonno che non ho mai conosciuto. Il cognome Daolio mi è stato dato da un uomo semplice ed, a suo modo, dolce e complice. Dall'età di sedici anni canto in un gruppo che si chiama Nomadi, scrivo canzoni e giro il mondo. C'è un altro mondo dentro di me che racconto con il disegno e la pittura, lo faccio da parecchi anni ed alberi, rocce, cieli, lune, ombre ed altro popolano questi miei racconti. Ho esposto in giro per l'Italia, ho illustrato dischi, libri, cartoline, manifesti. Non disegno per riempire un vuoto, ma per vuotare un pieno che è dentro di me e preme. Una specie di confessione, prima ad uno spazio bianco, poi ad occhi che guarderanno. Ho lo studio a Novellara in via De Amicis, il numero credo sia il quarantaquattro, non ho il telefono ma montagne di libri e di oggetti. Le notti invernali nella bassa hanno ancora il profumo delle mele sull'armadio».


«Cerco di essere un uomo del mio tempo, ma sono anche un uomo antico, pieno di ciò che ho visto ed imparato. I miei disegni non hanno titolo. Mi interessa l'aspetto magico e segreto delle cose. Gli enigmi, le illusioni delle ombre. Ho bisogno di rappresentare tutto ciò che c'è dietro e dentro alle cose; il mondo surreale e fantastico che si cela nelle pieghe della notte e dei giorni. Disegnandolo, cerco dimetterlo davanti a me come uno specchio anche se diventa un gioco ironico, sottile e melanconico. Ecco perchè disegno paesaggi spaesati confusi nella mente, carpiti un po' ovunque. In essi si nasconde l'uomo non sempre visibile, ma che sa mescolarsi alle cose, scambia i ruoli, diventa cavallo ed albero, un gesto, una mano, occhi e l'infinito cielo come teatro, come una messa in scena ideale».




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OSCAR WILDE


"A volte è meglio tacere e sembrare stupidi che aprire bocca e togliere ogni dubbio !!!"

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JAMES JOYCE


"Mentre tu hai una cosa, questa può esserti tolta. Ma quando tu la dai, ecco, l'hai data. Nessun ladro te la può rubare. E allora è tua per sempre".

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RIPOSATE IN PACE


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SALVADOR ALLENDE


«Viva il Cile !!! Viva il popolo !!! Viva i lavoratori !!! Queste sono le mie ultime parole ed ho la certezza che il mio sacrificio non sarà vano. Ho la certezza che, per lo meno, ci sarà una lezione morale che castigherà la vigliaccheria, la codardia ed il tradimento».
(Estratto dall'ultimo discorso radiofonico di Salvador Allende, poche ore prima della sua morte, l'11 settembre 1973).


Salvador Allende Gossens (Valparaíso, 26 giugno 1908 - Santiago del Cile, 11 settembre 1973) è stato un politico cileno. Fu Presidente del Cile dal 3 novembre 1970 fino alla destituzione violenta a seguito di un colpo di stato militare, avvenuta l'11 settembre 1973, giorno della sua morte.

Esercitò dapprima la professione di medico, fu massone e da marxista criticò aspramente il sistema capitalista. Probabilmente, già durante gli studi universitari si avvicinò al nascente Partito Socialista Cileno, del quale sarebbe molto presto divenuto co-fondatore e principale leader. Allende fu, dapprima, ministro in governi di coalizione e, successivamente, presidente del Senato cileno.

Eletto presidente, Allende dichiarò la sua intenzione di promuovere riforme socialiste, la cosiddetta "via cilena al socialismo", che prevedeva radicali misure, riforma agraria, aumento dei salari, nazionalizzazione coatta del rame senza alcun indennizzo. I suoi avversari politici lo accusarono di voler convertire il Cile in un regime comunista, ma Allende respinse queste insinuazioni.

Queste accuse, però, trovavano allarmata attenzione presso gli Stati Uniti, che apertamente manifestarono di considerare pericolosa la sua crescita politica, ovviamente non solo per motivi legati all'ideologia, stanti gli enormi interessi economici americani in quell'area. Documenti recentemente declassificati del governo USA hanno confermato che precisi ed inequivocabili ordini erano stati diramati agli agenti della CIA per prevenire l'elezione di Allende alla presidenza o, ove ciò non si fosse potuto impedire, per creare condizioni favorevoli per un "golpe".

Dopo aver tentato per tre volte la corsa presidenziale, il 5 settembre 1970, Allende fu eletto presidente come leader della coalizione "Unidad Popular". Ottenne il primo posto al voto con 1.070.334 preferenze, ma, non avendo il 50% dei voti (36,3% a lui, 34% a Jorge Alessandri, 27,4% a Radomiro Tomic, della Democrazia Cristiana Cilena), il Congresso avrebbe dovuto decidere tra lui ed il secondo più votato. Anche prima della sua vittoria elettorale, Allende attirò rapidamente su di sé il veto dell'establishment politico statunitense. A causa delle sue idee socialiste, si cominciò a temere che, ben presto, il Cile sarebbe diventato una nazione comunista e sarebbe entrato nella sfera d'influenza dell'Unione Sovietica. Per di più, gli USA avevano cospicui interessi economici in Cile, con società come "ITT", "Anaconda", "Kennecott" ed altre.

L'amministrazione Nixon, in particolare, fu la più strenua oppositrice di Allende, per la quale nutriva un'ostilità che Nixon ammetteva apertamente. Durante la presidenza Nixon, i cosiddetti "consiglieri" statunitensi (che avrebbero imperversato in buona parte dell'America Latina per tutti gli anni settanta ed ottanta) tentarono di impedire l'elezione di Allende, tramite il finanziamento dei partiti politici avversari.

Una volta che Allende fu finalmente eletto, con l'appoggio della Democrazia Cristiana, la C.I.A. condusse operazioni nel tentativo di spingere il Presidente uscente del Cile, Eduardo Frei Montalva, a bloccare la ratifica, da parte del Congresso, della nomina di Allende a nuovo Presidente. Il piano della C.I.A. era di persuadere il Congresso Cileno ad eleggere presidente l'avversario di Allende, il candidato del Partito Liberal Conservatore Jorge Alessandri Rodríguez.

Sempre secondo il piano, Alessandri avrebbe prontamente rassegnato le dimissioni dopo essere stato eletto, per poter indire nuove elezioni. Con il ricorso a questo trucco, Eduardo Frei avrebbe così potuto ripresentarsi alle elezioni nell'apparente formale rispetto della legalità (la Costituzione cilena allora vigente vietava, infatti, più di due mandati presidenziali, ma solo se questi erano consecutivi), e, presumibilmente, avrebbe sconfitto Allende.

In ogni caso, Frei, nonostante le fortissime pressioni statunitensi, non se la sentì di forzare la Costituzione bloccando la ratifica, così il Congresso scelse di designare Allende come presidente, a patto però che firmasse uno "Statuto di garanzie costituzionali", nel quale garantiva che le sue riforme socialiste non avrebbero stravolto nessun elemento della Costituzione Cilena.

Una volta eletto, Allende iniziò ad operare per realizzare la sua "piattaforma" di riforma socialista della società cilena. Fu avviato un programma di nazionalizzazione delle principali industrie private, fra cui le miniere di rame, fino ad allora sotto il controllo della "Kennecott" e della "Anaconda" (aziende americane), si diede mano alla riforma agraria, fu creata una sorta di tassa sulle plusvalenze. Il governo annunciò una sospensione del pagamento del debito estero ed, al tempo stesso, non onorò i crediti dei potentati economici e dei governi esteri. Tutto ciò, irritò fortemente la media ed alta borghesia e la tensione politica nel paese, oltre ovviamente a creare un discreto dissenso internazionale.

Durante la sua presidenza, Allende non ebbe facili rapporti col Congresso Cileno, in cui era forte l'influenza della Democrazia Cristiana Cilena, partito conservatore. I cristiano democratici continuavano ad affermare che Allende stava conducendo il Cile verso un regime dittatoriale, sulla falsariga del governo cubano di Castro, e cercavano di moderare molte delle sue maggiori riforme costituzionali. Alcuni membri del congresso invocarono l'intervento delle forze armate, tradizionalmente neutrali, a compiere un "golpe" per "proteggere la costituzione" (secondo alcuni, questo fu una sorta di crudo ed esplicito "ultimo avvertimento" lanciato ad Allende, affinché ammorbidisse le sue posizioni o, meglio, si dimettesse da sé, senza far pericolosamente scomodare i militari).

Nel 1971, a seguito di una singolare visita ufficiale, durata addirittura un mese, del presidente Cubano Fidel Castro (col quale aveva stretto una profonda amicizia personale), Allende annunciò il ripristino delle relazioni diplomatiche con Cuba, nonostante in una dichiarazione dell'organizzazione degli stati americani, cui il Cile aderiva, si fosse stabilito che nessuna nazione occidentale avrebbe concesso aperture verso quello stato.

La politica di Allende, sempre più sbilanciata a sinistra verso il socialismo e gli stretti rapporti con Cuba, allarmarono Washington. L'amministrazione Nixon cominciò ad esercitare una pressione economica sempre più crescente attraverso molti canali, alcuni dei quali erano legali (come l'embargo), ma molti di più illegali, attraverso il finanziamento degli oppositori politici nel Congresso Cileno e, nel 1972, attraverso l'inconsueto appoggio economico erogato al sindacato dei camionisti, che paralizzò il paese.

Nel settembre del 1973, l'altissimo tasso di inflazione e la mancanza di materie prime avevano precipitato il paese nel caos.

L'11 settembre di quell'anno, le forze armate cilene, guidate dal generale Augusto Pinochet, misero in atto il "golpe" cileno contro Allende. Durante l'assedio e la successiva presa del "Palacio de La Moneda", Allende decise di suicidarsi, piuttosto che arrendersi a Pinochet.

In seguito al colpo di stato, in Italia ci furono molti scioperi in solidarietà con Allende ed il popolo cileno. Italia e Svezia non riconobbero mai il regime di Pinochet e, per tutti i diciassette anni di dittatura, ufficialmente rimasero in carica gli ambasciatori nominati da Salvador Allende.

Il colpo di Stato, che molti cileni speravano proteggesse la costituzione, ora si manifestava in tutto il suo orrore. Pinochet avrebbe di fatto regnato, non democraticamente eletto, per i successivi diciassette anni. La violazione dei diritti umani da parte del suo governo è stata, così come testimoniano precise prove documentali, sistematica prassi quotidiana ed, alla fine del lungo periodo di dittatura, si stimarono più di tremila vittime (anche non cilene), fra morti e desaparecidos e circa trentamila persone torturate (le cifre sono tratte dal "Rapporto Rettig", un'inchiesta ufficiale condotta in Cile dopo la fine della dittatura di Pinochet, nel 1990).

Documenti, ora declassificati, indicano altresì come la C.I.A., il servizio di controspionaggio degli Stati Uniti d'America, sia stato la "longa manus" del governo di quest'ultimo Paese, appoggiando il rovesciamento con la forza di Allende, ed incoraggiando ed alimentando l'uso della tortura da parte del dittatore Pinochet.

Più di trenta anni dopo la sua morte, Allende rimane un personaggio controverso. Un ampio e partecipato dibattito si è aperto in tutto il mondo su come avrebbe potuto evolvere la storia del Cile, se Allende non fosse morto. Ma, in queste riflessioni, Allende rimane sempre un simbolo che impersona le idee sostenute ed in via di applicazione.

(Wilkipedia)


Salvador era un uomo, vissuto da uomo, morto da uomo, con un fucile in mano. Nelle caserme i generali, brindavano alla vittoria con bicchieri colmi di sangue, di un popolo in catene.
Da un cielo grigio di piombo piovevano lacrime di rame, il Cile piangeva disperato la sua libertà perduta.
Mille madri desolate, piangevano figli scomparsi, l'amore aveva occhi sbarrati di una ragazza bruna. Anche le colombe erano diventate falchi, gli alberi d'ulivo trasformati in croci.
Da un cielo grigio di piombo piovevano lacrime di rame, il Cile piangeva disperato la sua libertà perduta.
Ma un popolo non può morire, non si uccidono idee, sopra una tomba senza nome, nasceva la coscienza. Mentre l'alba dalle Ande rischiara i cieli, cerca il suo nuovo nido una colomba bianca.
Da un cielo grigio di piombo piovevano lacrime di rame, il Cile piangeva disperato la sua libertà perduta.

("Savador" - Nomadi)

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GROUND ZERO


In occasione del mio post dedicato al ricordo dell'11 settembre, una mia carissima amica mi ha informato di aver visitato "Ground Zero" e di aver scattato qualche foto.
Le ho chiesto di mandarmele e di descrivere i sentimenti provati osservando da vicino il vuoto lasciato dai due emblematici grattacieli di New York, dopo questa tragedia.
Ecco che cosa ne è venuto fuori.


IL VUOTO
L'enorme vuoto visto dalla strada. Non si comprende l'ampiezza dell'area colpita, finché non si percorre la strada dietro "Ground Zero".







IL RICORDO
Questa è la chiesa dedicata al ricordo. Ci sono migliaia di messaggi dei parenti delle vittime, disegni di bambini dedicati ai loro padri, medaglie ed effetti personali dei vigili del fuoco.




I CARTELLI
Chi arriva, trova una lunga cancellata sulla quale sono affissi dei cartelli che ripercorrono la giornata dell'attentato.







IL SENSO DI SMARRIMENTO
Ricordo il silenzio, interrotto solo dalla voce di una predicatrice che piangeva ed inveiva contro la politica di Bush.




LA SPERANZA
Questa è la radice dell'unico albero non abbattuto ai piedi delle "Torri Gemelle". Si trova vicino ad una piccola chiesa, anch'essa rimasta miracolosamente integra.



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